La Psicoterapia nell’Ipermodernità

La Psicoterapia nell’Ipermodernità


La Psicoterapia psicoanalitica alla prova dell’Ipermodernità: tra metamorfosi dei legami e cultura dell’urgenza

In questa sede, reduce dalla lettura dell’opera magistrale di René Kaës, “Malessere” (Borla, 2012), vorrei proporre una riflessione su quanto la Psicoterapia psicoanalitica sia messa a dura prova dall’epoca in cui viviamo, dall’Ipermodernità.

Consapevole della vastità e della complessità dell’argomento, preciso almeno che per “Ipermodernità” si intende il periodo storico nel quale siamo immersi dalla fine degli anni Ottanta e che gli analisti, pur evidenziandone alcune specificità culturali e socio-economiche, pongono in continuità con la Postmodernità, iniziata nel secondo dopoguerra e proseguita appunto sino a tutti gli anni Ottanta del secolo scorso.
Come Kaës evidenzia in maniera brillante, il prefisso “iper” indica quanto l’epoca che stiamo attraversando sia connotata dall’eccesso, dall’assenza del limite, dall’urgenza.
È il nostro infatti il tempo dell’iperstimolazione, dell’iperconsumo, dell’ipersviluppo, dell’ipercomunicazione, dell’iperliberismo finanziario. Le prestazioni devono essere continue, illimitate e improntante alla perfezione nei termini di rapidità dei risultati e di assenza di errori.
A ciò si aggiunge che da un lato l’ingegneria medica prospetta all’Uomo di superare sempre più i limiti imposti dalla sua età anagrafica e dal suo corpo; e dall’altro, i progressi della tecnologia e le potenzialità del virtuale gli consentono di accedere contemporaneamente a più spazi e temporalità. Come se immanenza e finitudine non esistessero più!

Di conseguenza, se, in termini generali, la Psicoterapia deve tener conto che sono cambiati “i modelli identificatori ed i meccanismi di difesa di fronte all’angoscia, le vie di soddisfacimento delle mete pulsionali, quelle di sublimazione e di simbolizzazione” (Kaës, 2012, p. 91); in particolare, mi sembra utile evidenziare due aspetti dell’Ipermodernità che manifestandosi ed intrecciandosi continuamente creano alla pratica clinica di tipo psicoterapico “una qualche difficoltà”:

  • il cambiamento del modo in cui le persone instaurano e mantengono legami tra loro (metamorfosi dei legami);
  • la velocità alla quale le persone accumulano esperienze per metterle da parte e farne altre (cultura dell’urgenza).

Laddove la Psicoterapia psicoanalitica si fonda sulla continuità del legame terapeutico (o dei legami terapeutici se prendiamo in considerazione la Psicoterapia di gruppo) volto alla conquista graduale della conoscenza di sé; l’Ipermodernità, soprattutto se facciamo riferimento all’accumulo dei rapporti virtuali e delle interconnessioni possibili create dai social network, tende a proporre e a valorizzare rapporti estemporanei ed esperienze di conoscenza “fondate” sull’immediatezza e la discontinuità.

Laddove la Psicoterapia psicoanalitica crea presidi di intimità e di prossimità con l’Altro estremamente delicati e profondi; l’Ipermodernità ha in parte delegittimato il senso della privatezza e del pudore, valorizzando l’esteriorità a discapito dell’interiorità.

Laddove la Psicoterapia psicoanalitica prevede processi trasformativi che hanno bisogno di un tempo soggettivo per prendere forma e dispiegarsi; l’Ipermodernità “va di corsa” e tende quasi ad imporre il rapido raggiungimento di risultati oggettivamente individuabili.

Laddove la Psicoterapia psicoanalitica ascolta l’inconscio, provando ad integrarne i “suggerimenti”, tollera le imperfezioni e le fragilità dell’Essere Umano, ascoltandone le inquietudini, accoglie l’imprevisto che generalmente gli incontri profondi portano in sé; l’Ipermodernità propone l’illusione che l’individuo possa avere il controllo totale di sé e dei propri risultati, maschera la malinconia con l’onnipotenza, incute sempre più timore del diverso, dell’ignoto, dell’estraneo.

Mi sembra che la Psicoterapia psicoanalitica debba quindi attrezzarsi sempre meglio per affrontare alcune delle caratteristiche che la “Contemporaneità Iper” sembra possedere al fine di garantire cure valide e risposte soddisfacenti a chi pone una richiesta di ascolto qualificato delle proprie vicissitudini di vita, talvolta molto dolorose e complicate.

Con le suddette riflessioni “per la testa”, mi sono confrontata con alcuni membri di un gruppo di psicoterapia, che ho l’onore e la curiosità di condurre presso il mio studio privato, circa quanto sia oggi più che mai impegnativo fare un’esperienza di Psicoterapia, di una Psicoterapia di gruppo per giunta (!), date le premesse di cui ho parlato ed appartenendo a quella che N. Elias definisce <<la società degli individui>> (Il Mulino, 1987) (espressione geniale dell’Autore in questione per esprimere le spinte individualistiche e l’assenza di legami che connotano la società stessa).

È stato incoraggiante per me, come psicoterapeuta talvolta affaticata da alcune constatazioni che ho provato ad esporre sin qui, ascoltare le considerazioni dei membri del gruppo di cui sopra di cui riporto sinteticamente degli esempi: “forse quindi la mia fretta di imparare a lavorare bene senza fare errori c’entra con il Sociale, oltre che con la mia storia personale! Il non saper attendere…e saper attendere è un approccio indispensabile quando si deve imparare…non è un problema solo mio!“; ed ancora, un altro membro del gruppo “ma dottoressa, per me che sto sempre al telefono, la psicoterapia di gruppo è l’unico momento in cui non guardo il telefono! E poi io da me in ufficio difendo “con le unghie e con i denti” questo spazio: guai a chi mi fissa appuntamenti in questo giorno e a quest’ora! La seduta è nel caos generale uno spazio di pace e di riflessione su me stessa!“.

Da Terapeuta nell’Ipermodernità confesso di aver tirato a quel punto della seduta un respiro di sollievo: ascoltando i miei pazienti ho pensato che forse, anche se messa a dura prova, la Psicoterapia psicoanalitica può resistere se fa spazio a considerazioni critiche su Collettivo che la circonda e non smette di osservarlo!