Quale Psicoterapia per le Dipendenze Patologiche in Adolescenza?

Quale Psicoterapia per le Dipendenze Patologiche in Adolescenza?


L’estrema diffusione tra gli Adolescenti delle Dipendenze Patologiche, legate all’uso di sostanze (dette “Vecchie Dipendenze”) o di tipo comportamentale (ovvero, le “Nuove Dipendenze” senza uso di sostanze), ci spinge a comprenderle meglio, ovvero a metterle sotto una lente di ingrandimento che consenta di “dare senso”, per esempio, all’uso costante di allucinogeni da parte di un ragazzo nelle occasioni di divertimento con i suoi amici o all’ossessione di una giovane donna di tenere sotto controllo il proprio peso (facendo uso della bilancia ogni giorno e tante volte al giorno).

La lente di ingrandimento cui faccio riferimento è l’accesso alla Psicoterapia che spesso viene richiesta dai familiari dell’adolescente con una Dipendenza Patologica, più che dal soggetto interessato, quando si è giunti ad una fase avanzata del comportamento problematico e si sono verificati degli episodi particolarmente critici (per esempio, il ragazzo di cui sopra ha manifestato degli eccessi d’ira tra le mura domestiche o la giovane donna con una preoccupazione smodata per il proprio peso ne ha già perso talmente tanto da preoccupare i suoi genitori).

Va quindi precisato che in molti casi di Dipendenza Patologica, il soggetto che la sta sviluppando o che da tempo la manifesta, la percepisce più come ego-sintonica che come ego-distonica. Cioè, continuando sulla scia degli esempi sopra descritti, non valuta la pericolosità dell’assunzione di allucinogeni rispetto all’alterazione del proprio stato di coscienza, con tutte le situazioni rischiose nelle quali può imbattersi sia durante che dopo l’assunzione di allucinogeni; oppure, considera la perdita di peso, soprattutto quando la si raggiunge velocemente ed in modo consistente, come un successo da continuare a perseguire. La Dipendenza viene in questi casi percepita dal soggetto adolescente come sintonica nel senso che è estremamente gratificato e sedotto dal comportamento patologico e non intende rinunciarvi.

Ne deriva che mentre appunto la persona con Dipendenza Patologica si mostra totalmente in sintonia con la condizione nella quale è precipitata e presenta una forte resistenza a modificare la sua condotta, l’evidenza clinica, ovvero il lavoro di Psicoterapia, coglie tutta la distonia della posizione psichica della Dipendenza e deve provare ad individuare e differenziare (a mo’ di lente di ingrandimento) le componenti individuali e quelle collettive che nella Dipendenza Patologica convergono.

È solo, infatti, cogliendo il complesso intreccio tra le variabili specifiche della storia della persona (soffermandosi sul suo percorso di sviluppo, così come sulle circostanze più recenti che l’hanno coinvolta) da un lato e i fenomeni socio-economici e culturali che interessano la sua età dall’altro che ci si può avvicinare in maniera coscienziosa quanto terapeutica alla sofferenza che attraversa l’esistenza dell’adolescente in questione e quella di coloro che gli stanno intorno.

Diviene utile, in tal senso, recuperando i nostri esempi, considerare contemporaneamente che le condotte a rischio sono da intendersi sovente come rito di passaggio iniziatico dall’età della fanciullezza al mondo degli adulti; che oggi il mercato degli stupefacenti propone un’offerta sempre più ampia (e quindi a prezzi più bassi) di sostanze psicotrope; che gli adolescenti più fragili (da un punto di vista emotivo e/o culturale) sentono più forte la pressione sociale verso l’uso delle sostanze in questione unita, spesso, alla pressione del gruppo dei coetanei. Oppure, è innegabile che il rapporto con il proprio corpo in trasformazione sia un tema centrale per tutti gli adolescenti (con un grado di maggiore o minore consapevolezza a seconda dei casi); così come non si può trascurare che il Collettivo propone  e quasi impone che il corpo della donna debba essere particolarmente mostrato nella sua magrezza; ma è vero pure che sono le giovani più vulnerabili emotivamente a riversare nella preoccupazione per le forme e per il peso corporei il loro senso di inadeguatezza e di insicurezza.

A scanso di facili generalizzazioni, è dunque, concludendo, l’assetto di Psicoterapia sopra descritto e che potremmo definire “multifocale” che consente di accogliere e curare quelle forme di malessere che appartengono sì ad un singolo soggetto, ma che allo stesso tempo lo collocano in una sofferenza collettiva che può essere in tal modo meglio intercettata e compresa.