Mio figlio non mangia! Mio figlio non cresce!

Mio figlio non mangia! Mio figlio non cresce!


Accade spesso che il pasto si trasformi in un momento molto critico della giornata di una famiglia quando il bambino piccolo (dai 4 ai 10 anni circa), talvolta molto picco (tra 0 e 3 anni di vita):

  • si rifiuta di assumere il cibo che gli viene proposto dai suoi caregiver (persone che si occupano del suo accudimento, di solito la madre ed il padre);
  • tende a “spiluccare”, non assumendo una adeguata quantità di cibo;
  • ha una alimentazione troppo selettiva che non gli consente di assumere la varietà di cibi adatta al momento della crescita che sta attraversando.

In tali circostanze, gli scambi tra il caregiver ed il bambino (anche il neonato durante l’allattamento, o il bambino in fase di svezzamento o quello che è già passato ad una alimentazione parzialmente autonoma) diventano piuttosto complicati: conflittuali, disarmonici, poco sintonizzati.

Il pasto si trasforma di conseguenza in uno scenario di scontro, nel quale si mescolano la frustrazione e le preoccupazioni del genitore da un lato e la difficoltà del bambino a partecipare ad un momento relazionale favorevole dall’altro. E purtroppo gli attori in gioco si influenzano reciprocamente (Emde, R.N., 1989) in maniera disfunzionale non riuscendo a risolvere il “compito di sviluppo” in questione.

Nelle condizioni più complesse, le suddette vulnerabilità alimentari del bambino creano una condizione clinica di “scarso accrescimento”: ci si riferisce cioè ai casi in cui i Medici Pediatri rilevano che la crescita del bambino è inferiore, sulle curve dei percentili di crescita, al 3-5° centile (in altezza, in peso o per  entrambi i parametri presi inconsiderazione).

Lo “scarso accrescimento” (ponderale e/o staturale) può a sua volta essere sia di natura organica che di natura non organica, ma in ogni caso merita una valutazione approfondita delle componenti psicologiche e/o organiche che lo hanno scatenato o lo mantengono nel tempo.

Cosa fare?

Se con il passare del tempo, gli scambi emotivi al momento del pasto tra caregiver e bambino non migliorano, sia nei casi in cui c’è già uno “scarso accrescimento”, sia in quelli in cui si assiste ad una persistenza delle difficoltà alimentari senza conseguenze chiare sull’accrescimento dell’infante, è fondamentale individuare:

  • le caratteristiche temperamentali dell’infante o del bambino;
  • le caratteristiche affettive del caregiver;
  • le caratteristiche della relazione tra caregiver e infante (o bambino) durante il pasto.

Rivolgendosi ad uno specialista della Valutazione degli scambi durante il pasto  e degli Interventi di rinutrizione alimentare del bambino, si punta a:

  • individuare le situazioni di rischio, cioè quelle in cui un brutto rapporto con il cibo influenza la crescita fisica e/o psicologica del bambino;
  • evitare che disfunzionali scambi alimentari precoci (appunto nelle prime fasi della crescita) si ripercuotano in successive tappe dello sviluppo del neonato o del bambino;
  • ridurre la latenza (i tempi) tra i primi “campanelli d’allarme” di una difficoltà alimentare  ed il momento in cui si interviene (minore è la latenza, più efficaci sono i risultati);
  • migliorare la negoziazione tra caregiver e infante (o bambino) al momento del pasto nelle situazioni in cui si è già sviluppato uno “scarso accrescimento” o un Disturbo della Nutrizione e della Alimentazione (DSM 5, 2015).

Possibili conseguenze di un mancato intervento

Non tutti i casi di neonati o di bambini giunti all’osservazione di uno specialista diventano oggetto di interventi di rinutrizione, talvolta è sufficiente che il clinico specialista:

  • accompagni i caregiver nella comprensione del fenomeno in atto;
  • aiuti il caregiver ad accogliere in maniera armonica e più efficace le difficoltà alimentari che suscitano preoccupazione o disagio.

Tuttavia, è doveroso sottolineare che se il pasto diventa un momento francamente spiacevole per il bambino (da un punto di vista sensoriale e/o emotivo-relazionale), siffatta percezione potrà accompagnarlo nella sua crescita e configurarsi come fattore di rischio per l’insorgenza di veri e propri Disturbi del Comportamento Alimentare.
È infatti un dato clinico ricorrente rintracciare una vulnerabilità alimentare precoce (durante le prime fasi dello sviluppo) nella anamnesi (storia clinica) di chi sviluppa durante la pre-adolescenza, l’adolescenza o in età adulta Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa, Disturbi da Alimentazione Incontrollata o Altri Disturbi Alimentari (DSM 5, 2015).