Le Psicosi Sintetiche

Le Psicosi Sintetiche


Nel presente articolo riporterò alcuni punti salienti delle più ampie considerazioni che Gilberto Di Petta, importante psichiatra e fenomenologo del panorama italiano, ha esposto nella pubblicazione dal titolo “Le psicosi sintetiche” (2016, Giovanni Fioriti Editore), soffermandosi sugli effetti delle cosiddette “nuove sostanze psicoattive” (NSP).

Il testo prende le mosse dalla considerazione che spesso, in sede diagnostica e/o strettamente clinica, ci si può trovare difronte a soggetti che fanno uso o poliabuso di sostanze psicoattive e che sembrano avere una sintomatologia psicotica, ovvero una alterazione dello stato di coscienza prevalentemente riconducibile ad allucinazioni.

L’Autore ammonisce a tal proposito circa l’importanza di non arrivare a conclusioni frettolose e superficiali; piuttosto esorta a letture più sottili dei fenomeni con cui ci si confronta per riuscire a distinguere la sintomatologia legata all’assunzione delle suddette sostanze dalla sintomatologia di soggetti che hanno un disturbo psicotico non connesso all’uso delle NSP.

Più precisamente, nell’esperienza tossicomanica il soggetto:

  1. produce allucinazioni che destrutturano il suo campo di coscienza;
  2. attraversa stati di derealizzazione e di depersonalizzazione su base chimica (esperienze tipiche della “psicosi tradizionale”);
  3. nel tentativo di interpretare quanto gli succede a livello sensoriale, costruisce spiegazioni deliranti che a sua volta lo relegano in una posizione psichica difficilmente raggiungibile e malleabile.

Un clinico attento però rileverà che mentre nel caso delle “psicosi tradizionali” le allucinazioni riportate dal paziente sono prevalentemente uditive, quelle indotte da sostanze psicoattive, ovvero nel caso delle “psicosi sintetiche”, sono prevalentemente visive (in questi casi è più opportuno parlare di “allucinosi”, ovvero di una forte sensorializzazione degli esperiti).

Oltre che prestare attenzione all’alterazione della coscienza indotta dall’uso o poliabuso di sostanze psicoattive, si rivela centrale esplorare il rapporto del soggetto con il tempo. Infatti, come colui che presenta una “psicosi tradizionale” rimane prigioniero della costante costruzione, sistematizzazione e conferma delle sue idee deliranti, così la persona con una sintomatologia dissociativa ed allucinatoria da intossicazione chimica, disinteressandosi del mondo, è impegnata nella ripetizione compulsiva della ricerca e dell’uso delle sostanze, ripetizione tipica delle dipendenze patologiche.

La conseguenza più drammatica della mancata differenziazione tra “psicosi tradizionali” e “psicosi sintetiche”, cui si è fin qui accennato, coincide con l’avvio di un percorso di cronicizzazione per quei pazienti che hanno delle caratteristiche cliniche, prognostiche e di risposta ai trattamenti (farmacologici e psicoterapeutici) assolutamente specifiche e che meritano indirizzi di cura appropriati.

Per dare risposte qualificate a questo nuovo modo di ammalarsi mentalmente, occorre che gli operatori del settore si rendano emotivamente disponibili:

  1. ad avviare quel processo di attaccamento che risulta indispensabile per realizzare una relazione di cura, nonostante si tratti di persone che sollevano potenti fantasie di fallimento terapeutico;
  2. ad accettare che per il soggetto che forse diventerà loro paziente la dipendenza dalla sostanza non è un problema;
  3. a superare naturali pregiudizi verso la tossicomania, per cogliere che la sostanza nel mondo del soggetto non è un elemento tossico, distruttivo e mortifero, ma “vitale”, nel senso che caratterizza il suo modo di essere nel mondo e nella vita;
  4. a mettersi alla ricerca del nucleo residuo della persona che ha difronte, a partire dalla co-costruzione del senso della sostanza.

Concludendo, nel momento in cui si comprende che esistono modalità differenti dell’esperienza psicotica e si procede clinicamente in maniera appropriata, operatore e paziente possono dedicarsi alla co-costruzione del senso che la sostanza riveste nella vita di chi ne fa uso ed abbattono l’antica quanto pericolosa posizione solipsistica del tossicomane. Quando quest’ultimo avvertirà un interesse sincero ed autentico da parte del curante, incrinerà quell’esperienza di fusione con la sostanza che fino a quel momento non gli ha permesso di pensarla.

La soggettività del curante e quella del paziente iniziano a mescolarsi costellando esperienze interiori nuove, il cui impatto emotivo investe i sensi al posto della sostanza.

Così, laddove dietro l’indifferenza e il congelamento tipici della scena drogastica si celano dolore e solitudine nella loro forma più radicale, vengono ad instaurarsi relazioni di cura che riabilitano il soggetto all’essere parte del mondo.

Se, inoltre, la proposta terapeutica per il paziente con “psicosi sintetica” prevede la partecipazione a gruppi terapeutici, il dolore di una vita mancata può essere condiviso e curato in maniera ancora più amplificata ed il senso di perdita può trovare risposte molteplici nonché l’elaborazione che merita per essere vissuta in maniera inedita e, con il tempo, curata.