Depressione Post-Partum: punta dell’icerberg delle maternità fragili.

Depressione Post-Partum: punta dell’icerberg delle maternità fragili.


La lettura del testo della psicoanalista francese Sophie Marinopoulos, “Nell’intimo delle madri. Luci e ombre della maternità” (1998, 2005), mi ha suscitato una serie di riflessioni che provo a riportare di seguito, una delle quali è alla base del titolo scelto per il presente articolo.

Anzitutto, l’Autrice chiarisce che la maternità non <<va da sé>>, non è un dato scontato che inizia per la donna quando scopre di essere in gravidanza (avendolo programmato in alcuni casi, oppure no in altri), ma piuttosto è l’esito di un percorso psicologico che ha tempi decisamente più lunghi dei nove mesi di gestazione del feto e, in fondo, dura per tutta la vita, con sfaccettature di volta in volta diverse.
Secondariamente, la Marinopoulos mette in luce che quella della maternità è sin dal principio un’esperienza fatta di “luci ed ombre”, contenente vissuti molto diversi tra loro, alcuni semplici da condividere e verbalizzare; altri difficilmente comunicabili, talvolta inconfessabili e forieri di disagio per la donna ed in un secondo momento per il suo bambino.
In tal senso, il ruolo della narrazione nel post-partum nell’ambito di interventi specialistici diviene centrale e capace di svolgere un’azione di chiara prevenzione rispetto alla qualità della relazione madre-bambino e di cura in salute mentale infantile.
In particolare, per nascere madri, le donne devono in alcuni casi “fare i conti” con vissuti contraddittori e paradossali: ci sono momenti in cui sono determinate a mettere al mondo il loro bambino e momenti in cui il loro corpo che cambia e/o il riemergere della loro esperienze di figlie e/o le vicende affettive attuali possono “mettere a dura prova” il loro desiderio di maternità.
Se il ventre progressivamente più prominente delle gestanti rappresenta un segno tangibile delle trasformazioni biologiche che le riguardano, la vita psichica nel corso della gravidanza rimane in parte nascosta e può esprimere anche assenza dalla maternità, esitazione, diniego.
Ci si riferisce, quindi, in questa sede, a una crisi identitaria vera e propria: la donna si confronta con l’ignoto, con la scoperta di parti di sé sconosciute, vede profilarsi all’orizzonte cambiamenti imprevedibili e tutto ciò alle volte può spaventarla radicalmente.
Sola con sé stessa, la gravida, talvolta frastornata, può decidere di non esprimere tutto ciò che prova, per paura di “esprimersi male”; oppure, anche se vorrebbe, non trova il contesto giusto per tradurre in parole un’esperienza prevalentemente sensoriale.
Così, può accadere che durante la gravidanza e la nascita di un figlio la solitudine diventi assordante e si consumi, silenziosamente, in difficoltà di accudimento dell’infante e nei casi più gravi, rari quanto significativi, in agiti più drammatici.
Di tali agiti la Marinopoulos riesce ad occuparsi tra le pagine del suo testo (1998, 2005), con l’obiettivo di comprendere ciò che l’opinione pubblica rischia di non ascoltare mai perché ne ha paura e se ne difende: in ogni caso, atti certamente inammissibili come l’infanticidio portano in sé significati da scoprire per evitare che si ripetano, assumendosene una responsabilità collettiva.
Solitamente, infatti, durante la gravidanza, la donna offre al bambino che porta in grembo un contenitore psichico, oltre che avvolgerlo nella placenta. Il bambino può nascere davvero se il pensiero materno, col passare del tempo, è stato in grado di accoglierlo ed installarlo in sé, creando una “placenta immaginaria” attraverso la quale trasmettergli nutrimento psichico.
Ma, purtroppo, qualche volta, siffatta placenta immaginaria viene intaccata dalle condizioni psicologiche e di vita nelle quali la donna versa o addirittura non formarsi per nulla (“difetto della rappresentazione dell’infante”), generando una serie di rischi per la psiche del bambino e per il futuro di entrambi i membri della diade in questione.
Nel suo testo, infine, guardando tra le pieghe nascoste dell’evento gravidanza e nascita, nei suoi aspetti intimi e sociali, solitari e condivisi, di silenzio e di annuncio, Sophie Marinopoulos (1998, 2005) mette in guardia rispetto ai progressi della Medicina della Riproduzione.
Essa, infatti, da un lato, ha espanso e continuerà a farlo, la gamma dei possibili, con un sovrainvestimento collettivo sulla Scienza della Nascita; dall’altro, crea un divario sempre più ampio tra l’avanzamento della presa in carico prenatale e della riproduzione e l’attenzione verso il vissuto delle madri.
La vita psichica della donna alle prese con la maternità, sia quando essa viene raggiunta, sia quando non viene raggiunta (malgrado l’impiego delle tecniche più raffinate della medicina della riproduzione), rimane la grande assente dei programmi politici e delle pratiche mediche prenatali e perinatali che, ad oggi, non prevedono alcun supporto psicologico (tra prevenzione e cura) nel pre-partum, né tantomeno nel puerperio.
Depressione post-partum: punta dell’iceberg delle maternità fragili” sta dunque ad indicare quanto lavoro c’è ancora da fare per scoprire ed indagare il sommerso, il non visibile e non visto. È vero che il corpo sociale e scientifico ha da poco preso coscienza della Depressione post-partum (evidenza empirica psicologica e biologica che inizia ad essere contemplata), ma occorre ancora estendere l’attenzione a tutti gli altri e molteplici modi in cui la maternità si declina nella contemporaneità, affinché <<tecnica ed umanità insieme facciano nascere madri>> (Marinopoulos, S., 1998, 2005) e sostengano pure le donne che pur tentando ripetutamente di generare un figlio, dolorosamente, non ci riescono.