Ansia e Depressione come disturbi della collettività.

Ansia e Depressione come disturbi della collettività.


La paura di avere una mente prodotta dall’Età dello smarrimento.

Il presente articolo prende le mosse dalla lettura dello straordinario testo di Cristopher Bollas dal titolo “L’Età dello smarrimento. Senso e malinconia”, pubblicato in Italia nel 2018 da Raffaello Cortina Editore.

L’Autore, uno dei più brillanti psicoanalisti viventi, si cimenta nella descrizione delle sfide che impegnano la Comunità Globale per sviluppare forme fruttuose di adattamento culturale e sociale alla contemporaneità.

Nonostante sia davvero difficile rendere merito ad Opere di grande respiro come “L’età dello smarrimento”, tenterò di metterne in rilievo alcuni punti perché consentono di cogliere non solo il cuore delle attuali difficoltà con le quali la Psicoterapia Psicoanalitica deve fare i conti, ma anche e soprattutto l’angosciante deriva che grava sull’Umanità.

Mediante un’indagine relativa agli stati d’animo che hanno connotato la vita dell’Occidente nel corso degli ultimi due secoli, Bollas esplora i fattori inconsci della Psicologia dei gruppi alla base delle scelte politiche delle Nazioni Occidentali (Europa e Stati Uniti), con riferimento sia a coloro che hanno avuto funzioni di governo, sia a tutti i Sé che hanno attraversato la Storia (singoli individui/cittadini).

Per esempio, uno dei fattori inconsci attivi nella politica a partire dalla seconda metà dell’Ottocento corrisponde al fatto che gli Stati Europei, sull’onda della grandiosità e dell’euforia prodotti dagli avanzamenti industriali, tecnologici e del capitalismo, entrarono in un circuito maniacale che li indusse a colonizzare l’80% dell’Africa ed ebbe fine solo una volta conclusasi la seconda guerra mondiale, con il suo correlato e le sue conseguenze depressive.

Un altro esempio di meccanismi inconsci che hanno investito la collettività in passato è da rintracciare nel ruolo di garanti della libertà e della democrazia rivestito dagli Stati Uniti, a partire dal loro “intervento risolutore” del nazi-fascismo e della seconda guerra mondiale, rimuovendo però il fatto di aver inventato ed utilizzato in quella circostanza la bomba atomica, uccidendo circa 200.000 persone inermi.

Venendo alle difese inconsce collettive dei giorni nostri, sembra che i Sé contemporanei stiano rispondendo difensivamente alla complessità del mondo globalizzato con la semplificazione delle questioni da affrontare e con il rifiuto dell’esplorazione del mondo interiore.

Più precisamente, nel tentativo di eliminare gli aspetti disturbanti di noi stessi e delle nostre società, si diffondono i nazionalismi (come reazione difensiva alle angosce generate dalla globalizzazione); prendono piede varie forme chimiche di automedicazione (antidolorifici e alcool), così come modalità meno tossiche per affrontare la quotidianità (rimedi naturali, programmi di fitness, psicologia del senso comune); sorgono muri per tenere lontani coloro che ci fanno paura perché apparentemente diversi; ideologie fondamentaliste attraggono sempre più persone.

In altre parole,  l’Autore, in maniera sapiente ed estremamente condivisibile, esplicita che oggi i Sé contemporanei, i Sé occidentali, alle prese con i mutamenti geopolitici ed economici che la storia ha prodotto, incessantemente a confronto con i progressi impressionanti ed estremamente veloci delle scienze e della tecnologia, orfani sia dell’ideale umanistico che proponeva la fiducia verso lo sviluppo progressivo dell’Umanità, sia della speranza nel futuro presente dalla metà del XVIII secolo e sino agli inizi del XX secolo (nonostante l’avanzata della hybris del colonialismo), appaiono appunto sempre più smarrirti, nonché alla ricerca di soluzioni semplici ed immediate per problemi estremamente complessi che richiedono tempo per la loro risoluzione.

L’analisi svolta da Bollas, punta a:

  • cogliere negli stati ansiosi e depressivi degli individui, non solo cause individuali, ma anche determinanti collettive e transgenerazionali;
  • evidenziare che il prezzo che la società nel suo complesso sta pagando è la perdita difensiva della soggettività.

L’Autore conia, appunto, il termine ‘soggetticidio’ per indicare che venendo meno l’attenzione per la soggettività e la specificità del mondo interiore di ciascuno, si va incontro alla perdita della ricchezza della verità psichica dei singoli.

Egli afferma che i Sé, consegnandosi a <<forze non umane, di mercato, tecnologiche, elettorali, producono solo risposte profondamente autodistruttive>> (Cit. pag. 17); e per la paura di avere una mente che provi a tenere insieme le molteplici sfaccettature di ciò che ci travolge, proiettando nell’altro le parti indesiderate di loro stessi (che sia un nero, un musulmano, un omosessuale o un disabile fa poca differenza), rischiano di scadere nel <<cinismo della violazione dei diritti umani e dell’indifferenza verso le sorti del Pianeta>> (Cit. pag. 15).

Ai terapeuti e alla Psicoterapia Psicoanalitica quindi il compito di rianimare la capacità dei soggetti di esplorare i fattori consci ed inconsci del proprio agire; di sanare scissioni e proiezioni che interessano massicciamente anche la nostra epoca; di promuovere lo sviluppo di una mente democratica in grado di accogliere e dare diritto di rappresentazione alle diverse parti che la compongono, anche se le emozioni che esse custodiscono possono essere molto diverse, contraddittorie e difficili da gestire.

Sviluppare una Psicologia della Politica capace di cogliere e contrastare le soluzioni inconsce e difensive dei singoli e della collettività è quindi, nelle conclusioni cui Bollas giunge, una risposta alla rinuncia al Sé e alla <<perdita di fiducia dell’individuo nella mente umana>> (Cit. pag. 32), ri-intraprendendo quella ricerca del significato della propria vita che da sempre ha riempito e motivato l’esistenza dell’Uomo.